Quando si perde un dente, la prima domanda che spesso viene in mente è molto semplice: “Come posso sostituirlo?”. La risposta, però, non è necessariamente altrettanto semplice. L’implantologia dentale non comincia con l’inserimento di un impianto, ma con qualcosa di molto più importante: la valutazione della situazione di partenza. Prima di parlare di viti in titanio, corone, impronte digitali o interventi chirurgici, è necessario capire perché il dente è stato perso, quali sono le condizioni della bocca e delle gengive, come lavorano i denti rimasti e quale sia la situazione dell’osso che dovrà eventualmente accogliere l’impianto. È proprio da qui che prende avvio il percorso implantologico.

Che cos’è davvero un impianto dentale?

Un impianto dentale è un dispositivo inserito nell’osso mascellare o mandibolare con la funzione di sostituire la radice del dente naturale perduto. Una volta terminato il processo di integrazione con l’osso, l’impianto può diventare il sostegno per una corona, un ponte o, in determinate situazioni, per una protesi più estesa. È importante però distinguere l’impianto dal dente completo. L’impianto rappresenta la parte che sostituisce la radice. Sopra di esso verranno successivamente collegati altri componenti, fino ad arrivare alla parte visibile che riproduce la forma del dente. Questa distinzione diventerà fondamentale nei prossimi capitoli della serie, perché dietro un risultato implantologico ci sono diverse fasi, ciascuna con una propria funzione.

Il primo passo non è la chirurgia

Uno degli equivoci più frequenti riguarda proprio l’inizio del percorso. Si potrebbe pensare che, una volta deciso di sostituire un dente, il passaggio successivo sia direttamente l’intervento. In realtà, l’implantologia parte dalla diagnosi. Il dentista deve prima raccogliere informazioni sulla salute generale del paziente, sulla storia odontoiatrica e sulle caratteristiche della bocca. Vengono valutati i denti presenti, le gengive, l’occlusione, cioè il modo in cui le arcate dentarie entrano in contatto, e naturalmente la zona nella quale dovrà essere eventualmente posizionato l’impianto.

La domanda non è quindi soltanto “Possiamo mettere un impianto?”, ma soprattutto “Qual è il modo più corretto per riabilitare questa bocca?” È una differenza importante, perché l’implantologia dovrebbe essere considerata come parte di un progetto terapeutico più ampio e non come un intervento isolato.

Perché bisogna studiare l’osso?

Dopo la perdita di un dente, l’osso che circondava la sua radice non rimane necessariamente invariato. Nel tempo può andare incontro a un processo di riassorbimento, modificando quantità e forma del tessuto disponibile. Per questo motivo non è sufficiente osservare la gengiva dall’esterno. Gli esami radiografici permettono di ottenere informazioni sulla struttura ossea e sui rapporti anatomici della zona interessata. In situazioni che richiedono una valutazione tridimensionale, la TAC dentale, generalmente attraverso una CBCT, può fornire informazioni più dettagliate sulla quantità e sulla conformazione dell’osso.

Questo studio consente al professionista di valutare con maggiore precisione dove potrebbe essere posizionato l’impianto e quali strutture anatomiche debbano essere rispettate. Ma anche questo è soltanto un tassello del quadro complessivo.

La salute delle gengive conta quanto l’osso

Un impianto non dovrebbe essere considerato una soluzione indipendente dalla salute del resto della bocca. La presenza di infiammazione gengivale o di malattia parodontale deve essere attentamente valutata e, quando necessario, trattata prima di procedere con una riabilitazione implantologica.

Le gengive e i tessuti che circondano l’impianto hanno infatti un ruolo importante nel mantenimento della sua salute nel tempo. Anche dopo la conclusione del trattamento, igiene orale domiciliare, controlli professionali e visite periodiche rimangono parte integrante della terapia. In altre parole, mettere un impianto significa anche prendersi cura delle condizioni che dovranno mantenerlo sano negli anni successivi.

Un dente mancante non va valutato da solo

La bocca funziona come un sistema. Quando viene a mancare un elemento dentale, possono cambiare gli equilibri tra denti, gengive, muscoli e articolazioni. Per questo la valutazione implantologica deve considerare anche i denti vicini e quelli dell’arcata antagonista. Bisogna comprendere come avviene la masticazione e quali saranno le forze che interesseranno il futuro dente. Non sempre, quindi, la soluzione migliore consiste semplicemente nel sostituire ciò che manca nello stesso identico spazio occupato dal dente naturale. Il progetto deve tenere conto dell’intera situazione clinica.

E se l’osso non fosse sufficiente?

È una delle domande che più frequentemente accompagnano il primo approccio all’implantologia. La quantità di osso disponibile può essere insufficiente per diverse ragioni, tra cui il riassorbimento avvenuto dopo la perdita del dente. Questo, tuttavia, non significa automaticamente che l’implantologia sia impossibile.

In determinate condizioni possono essere prese in considerazione procedure di rigenerazione o aumento del volume osseo, studiate per creare condizioni più favorevoli all’inserimento dell’impianto. Non esiste però una procedura valida indistintamente per tutti. La scelta dipende dalla zona interessata, dalla quantità e dalla qualità dell’osso disponibile e dal progetto protesico che si intende realizzare. Anche questo argomento meriterà un capitolo specifico della serie.

La progettazione viene prima dell’inserimento

Una volta raccolte le informazioni necessarie, il trattamento può essere progettato. L’implantologia moderna permette di integrare informazioni cliniche, radiografiche e digitali per pianificare il posizionamento dell’impianto in relazione al risultato protesico finale.Questo principio è particolarmente importante: non si dovrebbe decidere dove mettere l’impianto senza sapere quale sarà il dente che dovrà sostenere.

La posizione dell’impianto deve quindi essere studiata in funzione dell’anatomia disponibile e della futura ricostruzione. In questo modo chirurgia e protesi diventano parti dello stesso progetto.

Quanto tempo serve?

Non esiste un unico calendario valido per tutti i pazienti. Il percorso può essere relativamente breve quando le condizioni locali sono favorevoli e non sono necessari trattamenti preliminari. In altre situazioni possono essere necessarie cure delle gengive, estrazioni, procedure rigenerative o altri interventi prima di arrivare alla fase implantologica vera e propria.

Anche dopo l’inserimento dell’impianto occorre rispettare i tempi biologici necessari affinché avvenga l’osteointegrazione, cioè il processo attraverso il quale l’impianto stabilisce un rapporto stabile con l’osso circostante. I tempi, quindi, non dovrebbero essere stabiliti soltanto dal calendario, ma dalle condizioni biologiche e cliniche del singolo caso.

Implantologia significa soprattutto programmazione

Quando si parla di implantologia, l’attenzione viene spesso catturata dall’intervento chirurgico. È comprensibile, perché rappresenta la fase più concreta e visibile del trattamento. Ma il successo di una riabilitazione implantologica nasce molto prima. Nasce dalla diagnosi, dalla valutazione dei tessuti, dalla progettazione protesica, dalla conoscenza dell’anatomia del paziente e dalla scelta del percorso più adatto alla sua situazione. E continua dopo l’intervento, attraverso controlli e corretta manutenzione.

Per questo è riduttivo pensare all’impianto semplicemente come a una “vite che sostituisce un dente”. È piuttosto uno degli elementi di un percorso riabilitativo che deve essere progettato intorno alla persona.

Da dove partire, quindi?

Per chi ha perso un dente e sta valutando l’implantologia, il punto di partenza è una visita odontoiatrica approfondita. Durante questo primo momento non è necessario arrivare immediatamente a una decisione chirurgica. È molto più utile comprendere la situazione, individuare eventuali problemi da risolvere e valutare quali possibilità terapeutiche siano realisticamente percorribili. Da questa valutazione potranno eventualmente derivare gli esami diagnostici necessari e, successivamente, un vero e proprio piano di trattamento.

Il primo capitolo di un percorso più ampio

Questo articolo rappresenta il punto di partenza di un percorso dedicato all’implantologia dentale, pensato per accompagnare il lettore dalle domande più semplici agli aspetti più specifici del trattamento. Nei prossimi capitoli sarà possibile entrare nel dettaglio di ciò che accade dopo la prima visita: come si studia l’osso, quali esami servono, quando è necessario ricorrere alla rigenerazione ossea, come viene inserito un impianto, che cos’è l’osteointegrazione, come viene realizzato il dente definitivo e soprattutto come mantenere nel tempo un impianto in buona salute.

L’obiettivo non è trasformare il lettore in un implantologo in poche pagine, ma fornirgli gli strumenti per capire meglio un percorso terapeutico che, se ben progettato, comincia molto prima della poltrona chirurgica e prosegue molto oltre la consegna del nuovo sorriso.

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